Perché in verità, Viva la vida e via dicendo è un po’ un pastrocchio, ma è un pastrocchio generoso, che nel seppellire (visto che è un disco alquanto cimiteriale, come forse avevate intuito dallo stupido titolo) quanto fatto dai Coldplay finora, cerca con l’ausilio dello spesso sopravvalutato Brian Eno di sommare tutto il pop britannico contemporaneo. Come in un test di Rorschach, ci troverete tutto quello che di quest’ultimo vi piace o vi fa schifo: dagli U2 ai Keane, dagli Stereophonics ai Radiohead, dei quali i Coldplay sono la versione dolciastra ma in un certo senso non meno malinconica, proprio perché oggettivamente clueless, spaesata come insegna il cantato di Chris Martin, che ha insegnato a tanti imitatori a enfatizzare i momenti di fragilità con falsetti improvvisi (gli “auuuh!” di Vibrazioni e Negramaro). Ma non solo: il clima dell’album è realmente novembrino, e l’uscita del disco in estate è del tutto controindicata – anche se fior di remixatori sono al lavoro per rendere i pezzi meno lapidari - affinché ad essere seppellita non sia la EMI. Ad ogni buon conto nel disco non troverete una sola canzone lineare di quelle alla Clocks o alla Trouble; viceversa ci troverete finalmente anche in chiave musicale lo stesso goffo sgomento esistenziale e malinconia endemica che fino ad ora Chris Martin aveva espresso solo nei testi dei megasuccessi precedenti. Per intenderci:

- “Ero perduto. Ero perduto. Oh, yeah”.

- “Non so dove sto andando. Non so da dove vengo”.

- “Avevo paura, avevo paura. Ero stanco e non sufficientemente preparato”.

- “Non volevo darti dei problemi. Non volevo farti male”.

- “In che direzione stiamo andando, nessuno lo sa”.

- “Le luci si spengono e non posso essere salvato”.

- “A casa, a casa, è dove avrei voluto andare”.

- “Ooooh, ooooh”.

E poi il carico da undici:

- “Lo so che sono morto all’esterno. Ma sotto la superficie sto gridando”.